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[personal profile] fairy_circles
Titolo: Safe and sound
Fandom: Voltron: Legendary Defender
Rating: verde
Personaggi: Keith Kogane, Lance McClain
Pairings: Keith/Lance
Disclaimer: Voltron e tutti i suoi personaggi appartengono a Dreamworks & Netflix.
Note: Post-canon
Beta: Myst & Leryu
Word count:
4426 (fdp)

Quando Keith si svegliò, la mattina successiva, sentiva ancora addosso il senso di stordimento dovuto al jet-leg. I trasporti potevano anche essere veloci, ma il fuso orario non era diventato più clemente.
Aprì lentamente gli occhi e tentò di orientarsi in quell'ambiente sconosciuto: la stanza era piccola ma bastava guardarsi attorno per riconoscere dettagli della personalità del proprietario: l'impressione era che fosse stata svuotata in fretta per fargli spazio e permettergli di avere un po' di comodità. Alle pareti erano appesi poster di band che Keith non conosceva. Lasciando vagare lo sguardo, notò anche una scrivania a cui la sera prima non aveva fatto caso: a prima vista sembrava appartenere a uno studente, ma senza il consueto caos da studio. Vi erano solamente alcuni libri riposti in una pila ordinata, alcuni portapenne e due modellini di Star Wars. Keith riconobbe immediatamente il Millenium Falcon e la Morte Nera, e un piccolo sorriso si dipinse sulle sue labbra al ricordo di quanto anche lui, da piccolo, avesse amato la saga. La passione per la fantascienza era stata ciò che gli aveva ispirato l'idea di diventare pilota. Erano pensieri vaghi fatti da una mente ancora non del tutto sveglia, velati di una pallida malinconia.
Alcune risate, provenienti dall'esterno, attirarono la sua attenzione, e il brontolio del suo stomaco gli fece presente come fosse davvero ora di alzarsi. Sbadigliando e stiracchiando le braccia sopra la testa, si decise quindi a lasciare la stanza, badando poco alla maglietta stropicciata che indossava e ai capelli arruffati.
Quando raggiunse il soggiorno, capì finalmente il motivo dell'allegra confusione che regnava in casa: Lance stava raccontando una storia ai bambini, ed era talmente calato nella parte da sembrare più coinvolto di loro.
« Le porte della prigione spaziale stavano per chiudersi, ormai solo uno spiraglio minimo separava la mente più geniale dell'universo dalla libertà e sembrava impossibile attraversarlo. Eppure, in quel momento, non ho avuto la minima esitazione. Ho imbracciato il mio fucile laser e ho mirato al braccio dell'alieno! Pew!! Un solo colpo, in extremis, e Slav era libero! Tutto l'universo ha applaudito il formidabile cecchino del team Voltron, il migliore tiratore scelto che sia mai esistito! Grazie! Grazie! »
I bambini applaudirono entusiasti e Lance s'inchinò un paio di volte davanti a loro.
Keith, alle sue spalle, si lasciò sfuggire un risolino.
« Non ricordo tutte queste ovazioni... » commentò.
Lance si voltò, guardandolo storto.
« Che vuoi, tu? Ti sei svegliato per rovinare il mio momento di gloria? » brontolò, poi indicò la porta della cucina. « La mamma è uscita, però se vuoi fare colazione ti ha lasciato del latte caldo sul fornello e la torta sul ripiano. Serviti pure. »
Keith titubò per un attimo davanti alla gentilezza inaspettata, non era abituato a quel genere di premure casalinghe, ma poi accennò un sorriso mormorando: « Grazie. »
Mentre mangiava, si concesse il tempo di indugiare sulla scena che si svolgeva nell'altra stanza: erano gli stessi bambini della sera prima? I parenti di Lance che aveva incontrato erano davvero un sacco e non era nemmeno certo di ricordarli tutti.  I genitori, i nonni – iniziò a contare sulle dita – quattro fratelli, un nipote, la madre del nipote... decisamente troppi per tenerli a mente tutti, ma sembravano davvero delle brave persone. Estella, in particolare, l'aveva colpito per la dolcezza che emanava dai suoi modi e per le attenzioni che aveva per tutti, in particolare nei suoi confronti. Keith non aveva mai avuto una madre che fosse premurosa con lui, e questo gli provocava una strana sensazione, a metà tra un piacevole calore e il senso di colpa.
« Così formiamo Voltron! Per la sconfitta del male! »
Dal soggiorno provenivano allegri schiamazzi e Keith finì per incuriosirsi e affacciarsi per vedere cosa stessero combinando. Lance aveva caricato in spalla i due bambini, uno per lato, e stava mimando i movimenti di un ipotetico robot gigante.
« Rico, la spada! Flor, lo scudo! Ed ecco Voltron, il difensore dell'universo! »
I bambini gridavano euforici e Lance rideva a sua volta, facendoli ballonzolare senza però mai perdere l'equilibrio. Finché Rico non indicò proprio la porta della cucina.
« Zio Lance, guarda! Un Galra! »
Quell'esclamazione fece istintivamente irrigidire Keith, che rimase immobile sul posto senza sapere come reagire. Il bambino stava chiaramente giocando, ma quell'appellativo l'aveva comunque turbato, e per un attimo si era sentito smascherato.
Mentre ancora si stava chiedendo come avrebbe dovuto rispondere, se fosse il caso di stare al gioco o meno, Lance gli si avvicinò.
« Lui non è capace di fare il Galra. » spiegò ai bambini, come se coinvolgere Keith fosse una scocciatura. « Adesso ci penso io! »
Così dicendo gli fece un cenno con la testa e gli passò prima Rico e poi Flor, in modo che fosse Keith stesso a tenerli sulle spalle.
« Sapete, ragazzi? Keith non vedeva l'ora di fare le gambe di Voltron, è una cosa che ha sempre desiderato! » continuò Lance, ammiccando nella sua direzione con un sorrisetto complice.
Keith, dal canto suo, non poté fare altro che prendere su di sé il peso dei due piccoli e fare buon viso a cattivo gioco.
Mentre Lance si rotolava sul pavimento sotto i “colpi” di quel Voltron improvvisato, si ritrovò a pensare che forse quello scambio non era stato casuale. Possibile che Lance stesse cercando di non farlo sentire a disagio? Che avesse capito quanto quell'innocua battuta lo avesse agitato?
Quell'ipotesi, per quanto inaspettata, lo portò per la prima volta a guardare l'altro con occhi diversi. In effetti, era dal giorno prima che aveva piccoli gesti di riguardo nei suoi confronti, che Keith aveva finto di non notare, un po' per imbarazzo, un po' perché convinto che fosse tutta una sua fantasia.
In realtà, il fatto stesso di essere lì, a casa di Lance, con la sua sorellina e il suo nipotino sulle spalle, era un'immensa dimostrazione di fiducia, qualcosa per cui Keith avrebbe dovuto sentirsi grato. E lo era. Prima o poi sarebbe anche riuscito a dirglielo.
Buona parte della mattina trascorse così, tra giochi e schiamazzi. Keith, che non aveva mai avuto a che fare con dei bambini, si rese conto che poteva essere anche divertente.
A interrompere la “guerra interstellare”, che aveva ormai devastato il salotto, era giunta Estella, di ritorno da alcune commissioni. Non sembrava entusiasta dello stato in cui versavano le stanze.
« Lancelot McClain! » la sentirono esclamare dalla cucina, in tono minaccioso.
Keith mise a terra i bambini, che si produssero in qualche protesta, prima di rivolgere un'occhiata dubbiosa al compagno.
« Lancelot? »
« Non fare domande, non è il momento! » rispose Lance, gesticolando concitato, poi a voce più alta: « Sì, mamà? »
« Mi sembrava di essere stata chiara, quando ti ho detto di mettere in ordine la cucina e lavare tutti i piatti. Mi fai fare brutta figura con il nostro ospite. »
Keith provò una strana sensazione davanti a quel rimprovero, quella era una madre che sgridava un figlio negligente, qualcosa di assolutamente normale, che però a lui non era mai stato rivolto.
« Mamà, Keith non sa neanche cosa sia un piatto lavato. »
« Ehi! »
A Estella, però, quell'obiezione non piacque neanche un po'.
« A sistemare, come d'accordo! » intimò, inducendo i due a fare come diceva.
Probabilmente non era affatto previsto che anche Keith desse una mano, ma era certo al cento per cento che, se non l'avesse fatto, il compagno avrebbe avuto da ridire e avrebbero finito per perdere un sacco di tempo dietro alle sue storie. Inoltre, i McClain lo stavano ospitando, quindi era bene che si rendesse utile.
Mentre Lance si affaccendava con le stoviglie nel lavandino, Keith si occupò di pulire con uno straccio le varie superfici della cucina. Un pensiero però continuava a frullargli in testa.
« Ma... Lancelot? » chiese, di nuovo, ad un certo punto.
Era troppo curioso per lasciar perdere.
Lance gli lanciò un'occhiataccia.
« Ti avevo detto di non fare domande! »
Più reagiva in quel modo bizzarro, più Keith s'incuriosiva, anche se non era nella sua natura impicciarsi così tanto dei fatti altrui. Vedere Lance prendersela in quel modo stuzzicava il suo istinto di provocazione.
« Sì, ma... » si trovò a insistere, ma venne interrotto da un nuovo ingresso in cucina.
« Quando la mamma aspettava Lancey, era molto appassionata di una serie tv che si rifaceva alle leggende arturiane. Si chiamava “Merlin”, se non erro. »
I due ragazzi si voltarono in contemporanea, spalancando gli occhi alla vista della nuova arrivata.
Appoggiata allo stipite della porta, con tutta la noncuranza del mondo, stava la sorella maggiore di Lance. Rispetto al giorno prima aveva un aspetto molto più “scompigliato”: i capelli scuri erano una massa informe e il bel vestito bianco e scollato aveva lasciato spazio ad un paio di shorts e una maglia di almeno due taglie più grande, che le cascava con negligenza da una spalla.
« Grazie dell'illuminante spiegazione, Michelle. » borbottò Lance, voltandosi e tornando a occuparsi dei piatti.
« Non c'è di che, hermanito. Il tuo amico, qui, aveva il diritto di sapere che hai rischiato di avere il nome del più famoso mago del mondo. Ti è andata ancora bene. C'è del caffè? »
Lance si voltò di nuovo, incrociando le braccia e non curandosi di schizzare acqua tutto attorno.
« Se vuoi del caffè, fattelo. Non sarò il cameriere di una sorella degenere che ha appena svelato il mio peggior segreto a... Oh, quiznak! Stai ridendo! »
Solo in quel momento Keith si rese conto della risatina che gli aleggiava sulle labbra e di quanto tutta quella situazione, dal suo punto di vista, fosse esilarante.
« Smettila immediatamente! » gli strillò in faccia Lance. « Se lo dirai a qualcuno, io... io... mi vendicherò nel modo più sottile e crudele che mi verrà in mente! »
« Ooooohhh, che pesante minaccia... » commentò Michelle, facendo seguire alle parole un fischio divertito.
Keith si premette una mano sulla bocca per non scoppiare a ridere e Lance strepitò un paio di parole che somigliavano a: « Ingratos! Traidores! » prima di lasciare la stanza gesticolando esageratamente.

Michelle lavorava la sera in un locale e spesso tornava a casa che già albeggiava, questo era il motivo per cui poteva permettersi di dormire fin quasi a mezzogiorno, spiegò a Keith mentre beveva finalmente il suo caffè. Saltuariamente capitava anche che facesse dei lavoretti in alcuni negozi in città, ma ora tutto il suo tempo libero era dedicato a dare una mano a preparare la festa di anniversario dei nonni che si sarebbe tenuta di lì a breve. Era una ricorrenza importante, una tradizione di famiglia, quindi tutto doveva essere perfetto. Da quelle chiacchiere al « Ti va di darci una mano? » il passo fu breve e Keith si trovò ad accettare quasi senza rendersene conto.
La compagnia di Michelle gli trasmetteva una bizzarra sensazione: era senza dubbio una bellissima ragazza, anche in quel momento, con i capelli spettinati e una maglietta enorme come pigiama. La pelle scura attirava lo sguardo e sembrava chiedere di essere accarezzata, gli occhi neri somigliavano a due perle. Non riusciva a fare a meno di paragonarli ad altri più chiari, ugualmente luminosi. Ogni particolare che notava in lei era messo a confronto con il volto di Lance, come se avesse inconsciamente iniziato a giocare a “trova le differenze” tra sé e sé. I due fratelli avevano ben poco in comune, ma riconosceva in Michelle l'ironia velata di sarcasmo di Lance, la lingua tagliente e le battute pungenti.
Chissà da chi aveva ereditato ereditato quegli occhi così azzurri, si chiese in un pensiero fugace.
« Mi stai fissando. »
La voce della ragazza lo riportò sulla terra e Keith si affrettò a distogliere lo sguardo.
« Scusa, non volevo essere maleducato. »
A quelle parole, Michelle si lasciò sfuggire un risolino malizioso, come se fosse normale per lei essere fissata insistentemente.
« Sono inopportuna se ti chiedo a cosa pensavi? Puoi dirlo liberamente, giuro che non mi offendo. »
Keith non era affatto abituato a domande di quel tipo né, in generale, ad avere a che fare con una donna che non fosse Allura o Pidge – Allura era il suo superiore e una guerriera, e Pidge era... beh, Pidge. Non gli avrebbe mai fatto gli occhi dolci. Tentennò per un attimo non sapendo quale fosse il modo più giusto di rispondere. Magari Michelle si aspettava un complimento o una di quelle risposte sagaci che a lui venivano in mente sempre troppo tardi. Alla fine, si risolse ad essere sincero.
« Mi chiedevo da chi Lance avesse preso gli occhi azzurri. I tuoi sono molto scuri e se non sbaglio anche quelli di vostra madre. »
Inaspettatamente, il sorriso di Michelle si allargò, mettendo in mostra la dentatura perfetta.
« Li ha presi dalla nonna. » rispose, alzandosi in piedi e avvicinandosi a lui. « Che carino, ti piacciono gli occhi di mio fratello? »
Keith indietreggiò istintivamente ma, appena mezzo passo dopo, si ritrovò con la schiena contro il lavandino.
« No, io... »
Non finì mai la frase perché Michelle lo avvolse in un abbraccio inaspettato, esclamando tutta giuliva: « Que lindo! Demasiado lindo! »
Caso volle che Lance rientrasse in cucina proprio in quel momento, mentre la ragazza lo stringeva al proprio seno.
« Ehi, Michelle, la mamma ha detto che oggi tocca a te cucinare perché lei deve badare a... Ma che state facendo, voi due?! »
L'esclamazione inorridita, di qualche ottava troppo alta, indusse Keith a schizzare via dalla stretta, arrossendo per l'imbarazzo.
« Non posso allontanarmi per mezzo tik che mi ritrovo due amanti clandestini in cucina? » continuò Lance con indignazione. « Keith! Amico, compagno, fratello, che storia è mai questa? E tu, sangue del mio sangue! »
Michelle scoppiò a ridere davanti a quell'ostentato melodramma e Keith si rilassò un poco: era possibile che Lance stesse scherzando?
« Su, hermanito, non essere geloso. Stavo solo coccolando un po' il tuo amico. Credo se lo meriti, sai? »
A quelle parole, Keith avrebbe potuto giurare di aver visto Lance arrossire. Non se ne spiegava il motivo, se non per il fastidio di averlo visto con sua sorella in una situazione fraintendibile, ma era certo che le sue guance fossero più colorate mentre sbottava di smetterla con le sciocchezze e di pensare al pranzo, o avrebbero finito per far digiunare tutta la famiglia.

Nei giorni successivi Keith venne davvero coinvolto nei preparativi per la festa di cui Michelle gli aveva parlato.
Non potendo partecipare alla stesura del menù o alla scaletta delle musiche, si offrì di dare una mano con le decorazioni, che sembrava essere quello che più premeva a Estella in quel momento. Tutti i suoi figli, infatti, erano stati reclutati in ogni momento libero per intrecciare ghirlande e allestire festoni. Era stato stabilito che Francisco e Lance si occupassero dell'esterno e dei vari fili di lucine che sarebbero stati tesi da una grondaia all'altra, premurandosi che niente saltasse in aria e che le varie intermittenze funzionassero a dovere. A Michelle, Luis e Keith, invece,  era stato affidato l'interno e le relative ghirlande di fiori di carta.
« Non pensavo che fossi così bravo con queste cose. » commentò un pomeriggio la ragazza, mentre lo osservava armeggiare con le forbici e i cartoncini colorati. « Davi l'impressione di avere poca pazienza. »
Keith le rivolse un'occhiata perplessa, poi accennò un sorriso.
« Lo pensano in tanti, e non hanno tutti i torti. Però me la cavo discretamente con le lame. »
Mimò con la mano il gesto di brandire una spada, ma si bloccò a metà, irrigidendosi. Si chiese quanto Michelle sapesse del suo ruolo nel team Voltron, quanto Lance le avesse raccontato, se qualcuno della sua famiglia sapeva della Lama di Marmora. Si augurò che l'amico fosse stato il più discreto possibile e fece per tornare al suo lavoro, quando si rese conto che Luis e nonna McClain, seduta dalla parte opposta del tavolo, lo stavano fissando. La signora sembrava incuriosita, ma lo sguardo del ragazzino era chiaramente infastidito. Keith si sforzò di non badarvi, avrebbe dovuto essere abituato ad occhiate del genere, del resto Lance stesso gliele aveva riservate anni prima. Li sentì scambiarsi un paio di battute e non capì una parola, ma la risposta di Luis doveva essere stata poco carina perché Michelle lo riprese con un tono seccato.
« Voy a estudiar! » sbottò quello di rimando, alzandosi dal tavolo e lasciando la stanza.
« Sì, vaya, vaya! » esclamò Michelle, prima di tornare a rivolgersi a Keith. « Scusalo, è un gran maleducato. Gli avevo detto che non capivi lo spagnolo, ma lo fa apposta. »
Keith scosse la testa, come a dire che non aveva importanza, ma in quel momento la nonna si avvicinò. Spostò la sedia, si sedette accanto a lui con un sorriso e iniziò a parlare.
« Ah! Ti sta facendo i complimenti per il lavoro con la ghirlanda e ti ringrazia. » tradusse Michelle. « E si scusa per non conoscere l'inglese. »
« Dille che non c'è problema. » rispose Keith in tono impacciato, spostando lo sguardo dall'una all'altra.
Mentre proseguivano il lavoro, la nonna lo ringraziò per quello che aveva fatto nello spazio, sebbene lei ne capisse molto poco. Lance aveva tentato di spiegarle com'erano andate le cose, ma quelli non erano discorsi per lei. Però sapeva che quanto era accaduto era importante, che suo nipote ne aveva fatto parte, ed era felice che qualcuno di premuroso come Keith gli fosse stato vicino.
« Eh? No... io non sono affatto premuroso. » obiettò il ragazzo, stupito. « Non è che mi sia preso cura di Lance o... »
Michelle sorrise e scosse la testa, mentre la signora McClain si alzava per prendere un volume dallo scaffale lì accanto.
« Non provarci nemmeno, l'intuito della nonna non sbaglia mai. E se lei dice che sei un tipo premuroso, allora dev'essere così. »
Keith avrebbe voluto rispondere che le cose non stavano proprio in quel modo, ma la signora tornò al tavolo e posò il volume sul piano. Era un album di foto e, quando lo aprì, Keith capì subito che raccoglieva le immagini dell'infanzia dei bambini McClain. Era qualcosa di prezioso e intimo, ricordi che non avrebbero dovuto essere condivisi con un estraneo, e che gli causarono uno strano senso di disagio. La signora McClain gli mostrò, con un'espressione dolce, fotografie di Lance da bambino che sguazzava in spiaggia, che rideva sulle spalle di un Francisco ancora adolescente, che sorrideva con in braccio la piccola Flor appena nata. C'erano immagini di Michelle con in mano il diploma, di Luis davanti a una torta di compleanno con cinque candeline, di Francisco in abito da sposo e infine di Lance con l'uniforme della Garrison.
Keith sentì una stretta allo stomaco e si costrinse a distogliere lo sguardo. Da una parte aveva l'impressione di invadere la vita di qualcun altro, di spiare attraverso il buco della serratura le gioie e i momenti importanti di persone estranee. Dall'altra, si rese conto amaramente, che un oggetto del genere in casa sua non era mai esistito. Quella di Lance era una famiglia piena d'amore, si percepiva da subito, come una sensazione fisica, il calore che trasmetteva. Anche ad una persona come Keith, che quel calore non l'aveva mai vissuto e in parte lo rifuggiva.
Sospirò e la nonna commentò con alcune parole preoccupate.
« La nonna si scusa se ti ha annoiato con queste sciocchezze da vecchietta sentimentale. » tradusse Michelle. « Ma dice anche che sarebbe felice di vederti nelle prossime foto di questo album. »
« Non mi ha annoiato affatto! » si affrettò ad assicurarle Keith.
Quanto al comparire nelle prossime foto di famiglia, beh, lui non vi apparteneva quindi non se ne sentiva per niente in diritto.
L'atmosfera si era involontariamente appesantita dopo quelle sue parole, ma Michelle non sembrava il tipo da sopportare in silenzio situazioni poco piacevoli. Si alzò quindi battendo le mani ed esclamò energicamente: « Qui siamo a buon punto! Che ne dici di darmi una mano a preparare la merenda per quei due che lavorano sotto il sole, là fuori? E poi mi è venuta un'idea! »
Scambiò un cenno d'intesa con la nonna, poi afferrò Keith per un braccio e lo trascinò in cucina.
Mentre la ragazza si affaccendava a preparare qualcosa per rifocillare i fratelli, rimase a guardarla chiedendosi se fosse il caso di essere intimorito dall'“idea” o no.
« Potrei insegnarti lo spagnolo! » esclamò Michelle mentre prendeva una bottiglia di tè freddo dal frigorifero. « Anche solo qualche parola, per capire a grandi linee i discorsi. Magari per rispondere alla nonna. Le farebbe piacere. »
Keith era sempre stato infastidito dal fatto che Lance parlasse una lingua che lui non capiva, che a volte gli sfuggissero esclamazioni o imprecazioni di cui non afferrava il significato. In quel momento, aveva bisogno di tenere la mente impegnata in qualcosa che lo distraesse dalle sue angosce e quella poteva essere una buona possibilità. Dopotutto, se Pidge era riuscita ad imparare l'alteano, non vi era motivo per cui lui non potesse imparare una delle più diffuse lingue terrestri.
« Se può far piacere alla nonna, allora perché no? »

Quando uscirono in giardino con i bicchieri di tè ghiacciato su un vassoio, sia Keith che Michelle si guardarono attorno alla ricerca dei due fratelli.
« Cisco! Lancey! » li chiamò lei.
« Sono qui! »
La voce di Lance li attirò sul lato della casa e, quando alzarono lo sguardo, finalmente lo videro.
Era arrampicato in cima ad una scala che arrivava fino alla grondaia, intento a fissare uno di quei fili di lucine. Per il caldo si era arrotolato i pantaloni sopra il ginocchio e si era tolto la maglietta, lanciata sul prato alla base dei gradini. Nella posizione in cui si trovava, tesa verso l'altro nel tentativo di agganciare il cavo, mostrava loro la schiena.
Michelle fischiò maliziosamente.
« Abbiamo messo su muscoli, eh, hermanito? » lo prese in giro. « Quando sei partito eri secco secco. »
Lance si voltò, inclinandosi pericolosamente sulla scala.
« Combattere gli alieni ti fa venire il fisico! » esclamò scostando i capelli dalla fronte, nel classico gesto di chi si sta dando delle arie. « Dovresti vedere Keith, con tutti quegli allenamenti! »
Michelle ghignò e diede di gomito al ragazzo accanto a lei.
« Credo che mio fratello ti abbia appena fatto un complimento. » bisbigliò.
Keith si riscosse e si rese conto di non aver seguito una parola del discorso, limitandosi a fissare Lance da sotto in su mentre il nodo allo stomaco tornava a farsi sentire. Non era certo la prima volta che vedeva Lance a torso nudo, figuriamoci, ma la sua pelle faceva un effetto completamente diverso sotto il sole rispetto che alle luci azzurrine del castello. Era... color caramello, ecco.
« Eh? »
« Lancey ha detto che ti spoglierai anche tu per farmi vedere come gli allenamenti alieni hanno temprato il tuo fisico. »
« Cosa?! »
« MICHELLE!!! Scusala, Keith, è fuori di testa. »
Lo strillo di Lance ebbe il solo effetto di far scoppiare a ridere la ragazza e imbarazzare miseramente Keith. Quello che stava pensando non aveva senso, si disse, indugiando comunque con lo sguardo sul petto e sull'addome dell'amico. Lì, perfettamente visibile in quella luce non artificiale, si trovava una vecchia cicatrice che segnava la pelle abbronzata. Lance la metteva in mostra senza problemi e Michelle aveva anche scherzato sul fatto che gli desse un'aria più virile. In quel momento, a Keith, provocava uno strano senso di disagio e la voglia di svuotare uno dei bicchieri.
Mentre Lance scendeva dalla scala per potersi rinfrescare con la bevanda che avevano portato, la sorella s'informò sull'assenza di Francisco.
« É andato in negozio. L'ha chiamato Lisa dicendo che stava per arrivare un cliente importante e ha chiesto se potevamo badare noi a Rico questo pomeriggio. » fu la risposta.
Per l'ennesima volta, di fronte a quella che da fuori poteva sembrare una banalissima situazione famigliare, Keith si stupì di quanto tutti contassero gli uni sugli altri e si aiutassero a vicenda. Il lavoro di squadra era qualcosa che aveva imparato a gestire grazie al team Voltron, ma qui non c'era nessun alieno assetato di conquista da fronteggiare. Erano semplici situazione giornaliere, eppure tutti si venivano incontro con un sorriso. Dal suo punto di vista era incredibile.
« Beh, visto che Cisco non c'è, il suo bicchiere me lo prendo io, in cambio del lavoro di babysitter. »  commentò Michelle con nonchalance. « A proposito, oggi, al locale, c'è una serata speciale con cocktail a metà prezzo. Vi va di fare un salto? Ci sarà un sacco di gente, sarà divertente. »
Nella testa di Keith in concetto di “gente” cozzava terribilmente con quello di divertimento, ancora ricordava quanta ansia gli avesse messo addosso il volo con tutti quegli sconosciuti, ma l'espressione di Lance si era improvvisamente illuminata.
« Certo! Sono già là! » esclamò. Poi, voltandosi verso Keith, accennò un gesto del capo. « Andrà tutto bene, non preoccuparti. Per qualsiasi problema, ci sono io, ok? »
E Keith avrebbe voluto rispondergli che di problemi ce n'erano una quantità industriale, che era pericoloso, che sarebbe potuto succedere di tutto e non ne avrebbe avuto il controllo. Invece finì per annuire e sperare che, tutto sommato, l'altro avesse ragione.
Mentre riportavano i bicchieri in cucina, Michelle gli si affiancò con un sorrisetto.
« Facciamo che le lezioni di spagnolo le iniziamo con qualcosa di utile. » disse. « Giusto un paio di cosette che potresti dire a mio fratello per fargli piacere, quando vuoi ringraziarlo di un gesto carino, ma non ti vengono le parole. Tipo adesso. »
Keith sviò lo sguardo, fin troppo consapevole dell'allusione, ma non poté far altro che prestare attenzione a quello che snocciolavano quelle labbra rosse vicino al suo orecchio.

Power of Dreams

"Posso accettare di pentirmi di aver seguito un sogno che non sono riuscito a realizzare, ma non voglio pentirmi di aver rinunciato a inseguirlo."

Takagi "Shujin" Akito

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