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[personal profile] fairy_circles
Titolo: Safe and sound
Fandom: Voltron: Legendary Defender
Rating: verde
Personaggi: Keith Kogane, Lance McClain
Pairings: Keith/Lance
Disclaimer: Voltron e tutti i suoi personaggi appartengono a Dreamworks & Netflix.
Note: Post-canon
Beta: Leryu & Myst
Word count:
3323 (fdp)

Da quando il team Voltron era tornato sulla Terra, non aveva avuto un momento di tregua. Essere reduci da una guerra intergalattica non era esattamente cosa da tutti i giorni: le autorità erano impazzite, i media pure, c'erano il segreto militare, il segreto di stato e un sacco di altri protocolli da rispettare. Si doveva informare il mondo di quello che era successo, ma con i dovuti filtri.
Era vietato parlare dell'argomento con i civili, ma almeno con le proprie famiglie due parole per spiegare perché erano spariti nello spazio per tanto tempo era stato concesso di spenderle. Era stato anche loro permesso di tornare a casa, ma solamente per un paio di giorni. Per il resto erano stati impegnati in relazioni, colloqui, studi e conferenze stampa.
La Galaxy Garrison era diventata meta di pellegrinaggio per la maggior parte dei giornalisti scientifici del mondo. A lungo andare sarebbe stato sempre più difficile mantenere quell'alone di segretezza; tuttavia era necessario impedire che la popolazione mondiale andasse nel panico davanti ad informazioni che non aveva i mezzi per gestire.
Avrebbero inoltre dovuto occuparsi dei rapporti diplomatici tra Allura e le autorità terrestri, al fine di creare una confederazione spaziale che prevenisse altre minacce come quella Galra. I governi dei vari Paesi erano ancora scettici: ci sarebbe stato molto lavoro da fare, in futuro. Erano trattative che avrebbero richiesto molto tempo e pazienza, ma anche i loro diretti superiori si erano resi conto che la squadra aveva bisogno di un periodo di riposo, soprattutto per permettere un loro recupero fisico. Per questo era stata stabilita un'ultima conferenza a cui sarebbe poi seguito un temporaneo congedo dei piloti.
Da quando Lance era venuto a sapere la notizia, non stava più nella pelle: ritornare a casa, a Varadero, nella sua Cuba, riabbracciare la sua famiglia, rivedere la sua casa... Era quanto più aveva desiderato al mondo da quando un gigantesco leone blu meccanico li aveva trascinati tutti quanti in un wormhole che portava dall'altra parte dell'universo. Improvvisamente, la noiosa conferenza stampa aveva perso tutta la sua importanza – in ogni caso, avrebbe parlato solo Shiro e Pidge sarebbe intervenuta se il discorso avesse preso una piega troppo tecnica: non contava più fare bella figura davanti alle autorità militari di mezzo mondo, mostrarsi eroico e capace, consapevole di aver salvato le chiappe a tutti quelli che gli stavano seduti di fronte. Ora gl'importava solamente che quel paio d'ore passasse in fretta e potesse andare a prendere quel tanto agognato aereo.
Mentre già ragionava su come avrebbe salutato Luis e Flor, i suoi fratellini più piccoli, un concitato bussare alla porta della sua stanza lo riportò alla realtà, non senza un certo allarme. Chi poteva avere così fretta nel cercarlo, lì, nei dormitori della Garrison? Non avrebbero dovuto esserci problemi in quel momento, a meno che non avessero deciso di spostare la conferenza. Accorse quindi alla porta con più calma di quanto quel bussare sembrava richiedere.
« Sì? Chi... »
Non appena aprì, venne spinto bruscamente da parte e una figura s'infilò nella stanza, sbattendosi la porta alle spalle. Aveva il cappuccio della felpa sollevato a coprirgli la testa e parte del volto, ma Lance non esitò nemmeno un istante.
« Keith! Che diavolo stai facendo? Che ti è preso? »
Solo in quel momento si rese conto che l'altro ansimava, come dopo una lunga corsa, e tremava leggermente, stringendosi le braccia attorno al corpo.
« Stai bene? Keith... » chiese ancora, ma dall'altro non giunse alcuna risposta, quindi Lance decise di scoprire da solo cosa stava succedendo.
Gli allontanò il cappuccio dal volto e sgranò gli occhi nello scoprire la pelle chiara del compagno chiazzata di un inquietante e fin troppo conosciuto viola. Con gli altri avevano favoleggiato a lungo sull'ascendenza Galra di Keith, ma nessuno aveva preso davvero sul serio le eventuali conseguenze, quindi Lance non era preparato a quello che si stava trovando davanti. Inoltre vedere Keith, di solito sempre così sicuro di sé, in quello stato, lo lasciava spiazzato.
« Com'è successo? » si ritrovò a chiedere, domandandosi cosa potesse fare per essergli d'aiuto.
Keith scosse appena la testa.
« Non lo so, questa volta stavo solo pensando al discorso che avrebbe fatto Shiro alla conferenza. Se avrebbe parlato dei combattimenti e delle armi impiegate... »
« Questa volta?! » lo interruppe Lance. « Significa che non è la prima volta che succede? Da quanto? »
« Da quando siamo tornati, più o meno. Finora ero sempre riuscito ad evitare che si notasse, ma oggi... »
Con una certa riluttanza sollevò una manica della felpa per mostrare il braccio quasi completamente ricoperto dalle macchie di quel colore estraneo.
« Da quando siamo tornati significa da mesi? Keith, ma sei impazzito?! Perché non ce ne hai parlato? E adesso vieni da me così... »
L'altro tenne gli occhi bassi, come se facesse attenzione a non incrociare nemmeno per sbaglio lo sguardo di Lance.
« Gli alloggi di Shiro sono troppo lontani e poi... ho pensato che tu avresti saputo inventare una scusa plausibile per non farmi partecipare alla conferenza. »
Lance sospirò: in un certo senso quella era una notevole dimostrazione di fiducia, ma allo stesso tempo non poteva prendersi una tale responsabilità da solo. Doveva avvertire i compagni e, insieme, avrebbero deciso cosa fare, anzi, di certo avrebbero trovato una soluzione.
« Va bene, d'accordo, mi inventerò qualcosa. Nel frattempo è meglio che tu stia qui, nel caso qualcuno venisse a cercarti nella tua stanza. Mi raccomando, non aprire a nessuno, fingi di non esserci. »
Sapeva benissimo di non aver bisogno di fare quelle raccomandazioni, Keith sapeva come cavarsela in qualunque situazione, eppure... eppure aveva la netta impressione che in quel momento non fosse in sé e questo lo preoccupava. Si augurava che la conferenza non durasse più del previsto.

Aveva dovuto sudare sette camicie per convincere gli altri a non precipitarsi in camera sua, facendo saltare l'incontro e l'intera copertura, quando aveva detto che Keith era indisposto e non avrebbe potuto partecipare. Aveva evitato di scendere nei dettagli e, ai superiori, l'aveva spacciata come una banale febbriciattola, più che plausibile data la stanchezza di quei giorni. Ovviamente i compagni non se l'erano bevuta nemmeno per mezzo secondo e Lance aveva dovuto letteralmente pregarli di avere pazienza, che avrebbe spiegato loro tutto quanto dopo.
La conferenza durò esattamente quanto era previsto che durasse, ma gli sembrò comunque un'eternità. Quando rientrarono nel dormitorio della Garrison sentiva l'ansia alle stelle: sperava che nel frattempo non fosse successo nulla, che Keith stesse bene, che nessuno l'avesse scoperto. Quando aprì la porta della propria stanza era pronto al peggio, ma tutto quello che vide fu il ragazzo seduto sul suo letto come se fosse la cosa più normale del mondo, senza nessun segno di anomalie.
Sentiva alle sue spalle gli sguardi perplessi e preoccupati degli altri.
« Ehi! » esordì quindi muovendo i primi passi nella stanza. « Se adesso ti azzardi a dire che mi sono inventato tutto... »
Keith però lo interruppe alzandosi e avvicinandosi a testa bassa, con espressione desolata.
« Ve l'ho tenuto nascosto perché credevo di poterlo tenere sotto controllo. » disse. « Mi dispiace, io... a quanto sembra sono davvero un mostro. »
Nella stanza calò un silenzio allibito, spezzato solo da Shiro che si fece avanti affiancando Lance.
« Che stai dicendo, Keith? Qualunque sia il problema, di una cosa sono certo: non sei un mostro. »
Davanti alla sicurezza di quelle parole, una sicurezza che lui non sarebbe mai riuscito ad avere, Lance lesse la gratitudine nello sguardo di Keith, che accettò finalmente di spiegare nel dettaglio cosa gli stava succedendo.
Non fu una spiegazione particolarmente lunga o complicata, lui per primo non conosceva la reale entità di quello che gli stava succedendo. Sapeva solo che, in situazioni di cui non era ancora arrivato a comprendere i fattori comuni, la sua pelle si macchiava di viola: prima sulle mani, poi sulle braccia, sul resto del corpo e infine sul volto. A prima vista potevano sembrare ematomi, ma il loro colore e la diffusione lasciavano pochi spazi a dubbi sulla loro natura. Inoltre, aveva notato proprio quel giorno, andando nel panico, che i suoi occhi avevano cambiato colore: il grigio-blu dell'iride aveva assunto una sfumatura dorata inconfondibile.
A quelle parole, istintivamente, Lance lo afferrò per il mento costringendolo a voltarsi verso di sé. I suoi occhi, però, ora erano di nuovo scuri.
« Non lo controllo. » sbottò Keith, apparentemente seccato davanti a quell'espressione delusa. «Non so come arriva e non so come se ne va. »
Era una situazione così assurda che nessuno sapeva che pesci pigliare. Sarebbe stato comodo avere a disposizione il database del Castello dei Leoni per poter fare delle ricerche, ma Allura e la sua nave erano fuori portata, da qualche parte fuori dall'orbita, dove avevano deciso di restare.
« É un bel problema. » commentò Pidge, apparentemente più turbata dalle possibili conseguenze che dal fatto in sé. « Se qualcuno qui alla Garrison dovesse scoprirlo, come minimo diventeresti una cavia per esperimenti. Non vedono l'ora di mettere le mani su materiale alieno e... insomma... non so quanto possa essere piacevole. »
Shiro annuì a quelle parole, posandole una mano sulla spalla.
« Pidge ha ragione, questa notizia non deve trapelare. Possiamo sfruttare la licenza che ci hanno concesso per fare qualche indagine e trovare una soluzione. Però tu, Keith, devi sparire dalla circolazione per un po'. »
Il ragazzo gli rivolse un'occhiata confusa: sapevano tutti che non aveva una famiglia a cui tornare e che quella licenza l'avrebbe trascorsa tra il dormitorio della Garrison e la casa nel deserto.
« Posso venire con te...? » azzardò, ma Shiro scosse la testa.
« Io andrò con Pidge e Matt a casa Holt. Se siamo in troppi nello stesso posto potrebbero farsi delle domande. »
Quella risposta spiazzò un po' tutti, chiunque si era aspettato che sarebbe stato Shiro a prendersi cura di quella “patata bollente”, come era sempre stato quando erano nello spazio. Keith, in particolare, gli rivolse una sguardo deluso e un po' perso. Probabilmente, pensò Lance, aveva sperato che l'altro avesse una soluzione e ci era rimasto male dal momento che non era così. Quando però sentì gli sguardi generali puntati su di sé, sentì crescere il senso di confusione.
« Io? Ragazzi, cosa...? »
La sua mente fece rapidamente due più due, si rese conto in che cosa esattamente si stava imbarcando e il suo cuore prese a battere un po' troppo velocemente.
« D'accordo, sì, si può fare. Voglio dire, non c'è davvero nessun problema, ce la caveremo alla grande. Se a Keith sta bene, ovviamente. » si ritrovò a rispondere annaspando un po' con le parole.
Non aveva la più pallida idea di dove sbattere la testa, non sapeva assolutamente come gestire eventuali situazioni d'emergenza, ma quella era già una situazione d'emergenza e il minimo che poteva fare era soccorrere un amico in difficoltà. Un amico, già.
« Mi basterà fare una telefonata per avvertire mia madre di aggiungere un posto letto. Scommetto che sarà felicissima di averti a Varadero! »
Quello che non sembrava particolarmente entusiasta era Keith stesso, e un po' poteva capirlo: finire a Cuba con lui non doveva sembrargli la soluzione più efficace al suo problema.
Shiro invece era di tutt'altro avviso.
« Casa tua è perfetta, sembrerà una semplice visita di cortesia e si tratta di una località turistica, quindi non attirerà l'attenzione. Un'ottima copertura. Mentre voi sarete lì, Pidge e io contatteremo Allura per trovare una soluzione, ci faremo dare una mano anche da Matt. »
Sembrava che, in qualche modo, la decisione fosse stata presa, quindi non restava altro da fare che prepararsi alla partenza.

« Mamà, hanno confermato la licenza, torno a casa! Con me ci sarà anche un amico, starà da noi per un po'. Sai, sta passando qualche guaio... »
« Spaccia? »
« Eh? »
« Si droga? »
« Cosa? »
« Allora ha dei precedenti per furto? »
« MAMA'! Non spaccia, non ruba, non si droga e non si prostituisce! Ha solo bisogno di tranquillità e aria di mare! É un compagno del team Voltron, che gente pensi che frequenti? »
Certo non avrebbe potuto dire a sua madre che le stava portando a casa un mezzo alieno, e del resto Keith era davvero l'ultima persona di cui un genitore avrebbe dovuto preoccuparsi: probabilmente non aveva mai nemmeno fumato una sigaretta. D'accordo, era stato espulso dalla Garrison, ma quella era un'informazione non necessaria.
Quando chiuse la telefonata e si voltò verso l'ingresso della propria stanza, notò che proprio Keith era appoggiato allo stipite con un'espressione preoccupata.
« Continuo a pensare che non sia una buona idea. » disse, sviando lo sguardo. « Coinvolgere te e la tua famiglia... Non mi piace. Farei meglio a sparire davvero, come dice Shiro. La cosa migliore sarebbe che tornassi nello spazio. »
Lance era stato sul punto di ribattere con una battuta ironica, ma davanti al suo sguardo s'interruppe.
« Come sarebbe nello spazio? Starai scherzando, spero! » esclamò nervosamente. « Siamo appena tornati, non esiste che tu te ne vada di nuovo! Da solo? Per fare cosa, poi? É da matti! »
Non riusciva davvero a capacitarsi di come potessero passargli per la testa idee simili. Keith era sempre stato un tipo incomprensibile, ma ora stava esagerando.
« Sarebbe più sicuro per tutti. Non so come controllare questa... cosa! Non so cosa la provochi né come farla retrocedere. Non so nemmeno cosa potrebbe accadere, potrei trasformarmi in un mostro e fare del male a tutti voi. Vuoi davvero che una creatura simile sia a contatto con la tua famiglia? E se succedesse qualcosa? E se io... »
« Stop! Fermati! »
Lance avanzò con passo deciso e lo afferrò per le spalle.
« Vuoi smetterla di comportarti sempre come se questa situazione riguardasse soltanto te? » esclamò, mettendo in quelle parole tutta la convinzione e la determinazione possibile. « Non è così. Siamo una squadra, o l'hai dimenticato? Troveremo una soluzione, l'abbiamo sempre fatto, però ce ne devi dare il tempo e non uscirtene con sparate assurde come “voglio tornare nello spazio”! »
Forse stava riuscendo a convincerlo, perché Keith non aveva più quello sguardo perso e disperato, anzi, lo stava fissando come se all'improvviso fosse diventato un'ancora di salvezza.
« Ficcati in quella testaccia che ti ritrovi che non sei da solo. Ci siamo noi. Ci sono io. Sei venuto da me, quindi permettimi di darti una mano. »
Lance non sapeva se quelle fossero le parole giuste, stava parlando a ruota libera con il solo intento di togliergli quell'espressione affranta.
« So di non essere la persona più rassicurante del mondo e so anche che sei venuto da me solo perché la stanza di Shiro era troppo lontana, ma puoi fidarti di me, ok? Io mi fido di te. »
Quell'ultima affermazione ebbe l'effetto di far spalancare gli occhi a Keith, come se non se la fosse mai aspettata.
Lance non l'aveva mai visto in quello stato, era abituato al Keith deciso, la testa calda che sparava prima di fare domande, quello che sapeva sempre cosa fare, anche se era la scelta peggiore in assoluto. Non era preparato alle parole che sarebbero seguite.
« Sono venuto da te perché... fai sembrare tutto più semplice, come se fosse possibile... »
Sull'onda dell'emozione, Lance avrebbe voluto abbracciarlo, consolarlo come avrebbe fatto con il suo fratellino, ma quello che aveva di fronte non era un bambino, era un Paladino come lui, che sapeva tirare fuori una forza incredibile nei momenti più inaspettati. Per questo si limitò ad appoggiargli una mano su una spalla, in un gesto che voleva sembrare cameratesco.
« Lo sarà. Andrà tutto bene, vedrai, abbi fiducia. »
Il mattino dopo erano in volo per Varadero.

Il viaggio non aveva riservato grandi sorprese, ma Keith non era riuscito comunque a stare calmo. L'idea di stare chiuso in un aereo, anche se per poche ore, in compagnia di persone sconosciute, gli metteva addosso un senso di pressione, come se fosse la cosa più pericolosa che avesse mai fatto. Sarebbe potuto succedere di tutto, in qualunque momento e non ne avrebbe avuto il controllo. Se non ci fosse stato Lance a stordirlo di chiacchiere per farlo stare tranquillo, probabilmente sarebbe saltato di sotto a metà volo.
Mentre ormai l'aereo era in fase di atterraggio, aveva sentito la mano del compagno stringergli il braccio.
« Ci siamo. » aveva detto Lance. « Non ho intenzione di farti nessun genere di ramanzina, stai tranquillo. Però promettimi una cosa: niente paranoie, se qualcosa non va, fammelo sapere. »
Keith gli aveva rivolto un'occhiata poco amichevole, sentendosi quasi un bambino tenuto d'occhio dalla balia.
« Non ho bisogno che tu mi faccia la guardia. » aveva risposto per puro spirito di contraddizione, però, davanti allo sguardo deluso di Lance, non aveva potuto fare a meno di aggiungere. « Ma d'accordo, te lo prometto. »
A quel punto, Lance aveva sorriso e tutto era sembrato improvvisamente più leggero.
Ad attenderli all'uscita passeggeri c'era un ragazzone alto e robusto, dalla carnagione scura, che aveva accolto Lance con un abbraccio stritolante e si era presentato come Francisco, suo fratello maggiore. Aveva stretto la mano anche a Keith e il suo atteggiamento si era rivelato fin da subito gioviale e amichevole.
« Hermanito, pensé que ibas a venir con una nave espacial! » aveva esclamato dando una pacca sulla spalla di Lance, prima che quest'ultimo gli indicasse Keith con un gesto piuttosto eloquente. «No habla español? Oh, ti chiedo scusa, è la forza dell'abitudine. Ma non ti preoccupare, qui sono praticamente tutti bilingue, non avrai problemi! »
E se Keith aveva tirato un sospiro di sollievo, Lance aveva invece risposto con una smorfia, ricollegandosi alla domanda precedente.
« Non sai quanto avrei voluto portare qui Blue! Oh, l'avreste adorata! E lei avrebbe adorato voi! Non è vero Keith? Mi si è spezzato il cuore quando ho dovuto lasciarla con Allura! Ma sarebbe stato problematico trovarle un posto dove stare, di certo nella nostra rimessa non c'è abbastanza spazio. »
A Keith venne quasi da ridere ad immaginare l'enorme Leone Blu nascosto in un garage ma tentò di trattenersi sviando il discorso con una battuta ragionevole.
« E probabilmente non tutti avrebbero gradito che venisse violato lo spazio aereo nazionale. »
Francisco trovò quello scambio immensamente divertente e lo dimostrò con una sonora risata mentre li invitava a salire su un camioncino che, si disse Keith con aria scettica, aveva scarse probabilità di giungere integro ovunque avrebbe dovuto portarli.
Il resto della giornata era stata una caotica girandola di saluti, abbracci, baci sulle guance, strette di mano troppo calorose e presentazioni con nomi che, ne era certo, dopo mezz'ora avrebbe già dimenticato. La casa di Lance era più piccola di quanto si aspettasse e tremendamente più affollata, vi aveva contato almeno dieci persone e la sola idea lo stordiva: non sarebbe mai riuscito a convivere con tutta quella gente, lui che era abituato a stare da solo nella casa nel deserto o, al massimo, con il team Voltron al Castello dei Leoni. Lance, dal canto suo, invece, era entusiasta e abbracciava tutti con trasporto genuino, soffermandosi ogni tanto a snocciolargli qualche nome. Sua madre, Estella, suo padre... oh, no, l'aveva già dimenticato. Suo fratello, ok. Sua sorella, Michelle. Beh, lei era difficile non notarla, dato che era un tipo piuttosto appariscente. Aveva la carnagione più scura di Lance, lunghi capelli neri che le ricadevano sulle spalle in morbide onde e un vestito bianco piuttosto scollato che... Oh, un altro fratello, gli era sfuggito il nome. E una sorellina? Si chiamava Flor, se non aveva capito male. Mentre del bambinetto che ora gli si era attaccato ad un ginocchio aveva capito solo che era un nipote, ma non di chi.
Keith si portò una mano alla testa: sarebbe stata una lunga permanenza.
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Power of Dreams

"Posso accettare di pentirmi di aver seguito un sogno che non sono riuscito a realizzare, ma non voglio pentirmi di aver rinunciato a inseguirlo."

Takagi "Shujin" Akito

September 2017

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