fairy_circles: (Voltron)
[personal profile] fairy_circles
Titolo: E ti vengo a cercare
Fandom: Voltron: Legendary Defender
Rating: verde
Personaggi: Takashi "Shiro" Shirogane, Pidge Gunderson/Katie Holt
Pairings: Shiro/Pidge
Disclaimer: Voltron e tutti i suoi personaggi appartengono a Dreamworks & Netflix.
Note: Questa storia partecipa al contest “Baci rossi e blu - corsa di San Valentino” a cura di Fanwriter.it e La Torre di Carta. Prompt: “E ti vengo a cercare/Con la scusa di doverti parlare,/Perché mi piace ciò che pensi e che dici,/Perché in te vedo le mie radici” (E ti vengo a cercare, Franco Battiato).
Note-bis: Lo so che nello spazio non esistono concetti come giorno/notte/ore, ma facciamo finta che questi disgraziati abbiano un ciclo del sonno normale.

Beta:
Word count:
1966 (fdp)

“E ti vengo a cercare
Con la scusa di doverti parlare,
Perché mi piace ciò che pensi e che dici,
Perché in te vedo le mie radici”

Shiro ricordava perfettamente la prima volta in cui l'aveva vista. Era ancora un cadetto alla Garrison e lei era solo una bambina venuta a trovare suo fratello maggiore, appena ammesso all'accademia. Una bambina, sì, con un vestitino lilla, un cerchietto in testa e due occhioni color del miele che scrutavano ovunque affascinati. Matt le aveva fatto visitare tutte le parti accessibili dell'edificio e quando si erano incrociati in un corridoio, non aveva trovato niente di meglio che trascinarselo dietro in quel tour improvvisato.
« Lui è Shiro. » lo aveva presentato. « Sta per diventare pilota ed è uno dei migliori di tutta l'accademia. Lei invece è Katie, e un giorno verrà qui a fare le scarpe a tutti! »
Lo aveva detto ridendo, ma i suoi occhi brillavano d'orgoglio. Si vedeva lontano un miglio quanto fosse certo delle capacità della sorellina.
Katie gli aveva mostrato il segno della vittoria e subito dopo aveva iniziato a tempestarlo di domande, assurde se si considerava la sua età. Shiro non si sarebbe mai immaginato che una bambina potesse chiedere informazioni sul sistema di propulsione di una nave spaziale, o sui sistemi di comunicazione tra la terra e lo spazio, o ancora sulle protezioni che i computer di bordo potevano avere da eventuali hackeraggi.
« É pazza. » aveva pensato Shiro. « Oppure è un genio come se ne sono visti pochi. »
Lo sguardo di Matt lasciava assai poco spazio ai dubbi.
Eppure, negli anni a venire, alla Galaxy Garrison non si era mai sentito parlare di Katie Holt.

Quando Shiro l'aveva rivista, anni dopo, la prima sensazione che aveva provato era stata quella di un forte deja vu. La sua memoria, danneggiata dalla fuga dalla nave Galra, non gli permetteva di associare i ricordi e c'era voluto del tempo prima di rendersi conto che quel ragazzino occhialuto era identico a Matt. Matt che, con suo padre, era stato catturato dalla peggior razza di alieni invasori esistente durante una missione puramente esplorativa in cui lui aveva il compito di proteggerli. Aveva impiegato del tempo e c'erano volute le esercitazione per formare Voltron, in cui allenavano le loro menti ad essere collegate, per mostrargli la realtà dei fatti: quella che Pidge visualizzava nei suoi ricordi non era la sua ragazza, come Keith e Hunk avevano inizialmente pensato, ma Katie stessa in compagnia di suo fratello. Pidge non era altro che la bimba che aveva conosciuto alla Garrison anni prima e, a quella realizzazione, Shiro era rimasto senza parole: mai avrebbe creduto che, pur con tutte le sue capacità, sarebbe stata in grado di arrivare fino a quel punto, farsi passare per qualcun altro allo scopo di indagare e finire dall'altra parte dell'universo impegnata in una missione per salvare tutti i pianeti conosciuti. La sola idea lo affascinava e ammirava quella ragazza che, invece che subire passivamente la perdita della sua famiglia, aveva preso in mano le redini della propria esistenza e si era gettata alla ricerca di risposte con una determinazione invidiabile. In lei a volte rivedeva il suo stesso entusiasmo giovanile, quando era solo un cadetto di belle speranze, ed aveva giurato a sé stesso di proteggerla come non era riuscito a fare con suo padre e suo fratello. L'avrebbe aiutata e insieme all'universo avrebbero salvato anche la sua famiglia.
O almeno questo era quello di cui Shiro si era convinto: del semplice affetto fraterno, del desiderio di riscatto, dell'ammirazione, del bisogno di proteggere qualcuno.
Ma lei non aveva nessun bisogno di essere protetta.
E il fatto che lui le chiedesse in continuazione aggiornamenti sullo stato dei vari impianti del palazzo non era che una scusa.
Una sciocca scusa per parlarle.

Anche quella sera non riusciva a dormire: i flash dei ricordi che si rincorrevano ossessivamente nella sua testa non permettevano al corpo di rilassarsi. Rivedeva lo sguardo crudele dei suoi carcerieri, i mostri che aveva dovuto sconfiggere nell'arena, il terrore negli occhi di Matt, il dolore, la paura, la tremenda consapevolezza che non avrebbe mai più rivisto la sua terra.
Shiro sospirò e allontanò definitivamente le coperte. Rimanere sdraiato al buio non avrebbe fatto altro che peggiorare il suo stato d'ansia, quindi tanto valeva muoversi, fare qualcosa, anche solo una passeggiata per i corridoi che poteva giustificare a sé stesso come una ronda.
L'intera nave era silenziosa, tutti ovviamente stavano riposando e con le difese alzate e il pilota automatico inserito, non vi erano rischi di un attacco a sorpresa. Nei corridoi bui si accendevano piccole luci automatiche al suo passaggio, che si spegnevano poi quando se le lasciava alle spalle. Quando imboccò il corridoio che avrebbe portato al ponte di comando, si rese però conto che dal fondo proveniva una debole luce azzurrina. Era possibile che si trattasse semplicemente dello schermo del pilota automatico, ma decise lo stesso di dare un'occhiata. Cautamente sbirciò oltre l'angolo e vide Pidge seduta a terra, con la schiena appoggiata al sostegno del grande schermo olografico e il portatile sulle ginocchia. Aveva lo sguardo concentrato sulla tastiera e il riverbero si rifletteva sulle lenti dei suoi occhiali, nascondendone l'espressione. Era notte fonda, avrebbe dovuto essere a letto da ore.
Shiro prese un respiro e mosse un passo in avanti: anche lui avrebbe dovuto essere a letto, oppure avrebbe potuto ignorare la scena e proseguire la sua ronda, ma già sapeva che non gli sarebbe stato possibile.
« Pidge... » la chiamò a bassa voce avanzando nella sala.
La ragazza alzò lo sguardo dal computer, si tolse gli occhiali e si strofinò gli occhi.
« Shiro. Che ore sono? »
Represse uno sbadiglio e inclinò la testa di lato, con aria interrogativa, chiaramente confusa sul motivo della sua presenza.
« Molto più tardi di quanto non sia consono. Cosa stai facendo? »
Gli occhiali tornarono al loro posto e lo sguardo allo schermo.
« Dopo l'ultimo attacco le barriere del castello sembravano più deboli e non ne capivo il motivo visto che non erano stati riscontrati danni evidenti. Per questo stavo eseguendo un check-up completo del sistema di difesa, ma il server principale ha impiegato più tempo del previsto. Nel frattempo, attraverso il client, stavo analizzando le informazione che abbiamo raccolto sul tipo di laser che viene utilizzato nelle armi galra e ho scoperto che la sua densità è maggiore rispetto a quella delle armi del castello e piuttosto simile a quella dei leoni. Il sistema di controllo che avevo installato su Green mi ha dato la possibilità di rilevare che... Shiro? »
Quando si rese conto di essersi lanciata in un discorso tecnico che difficilmente l'altro avrebbe seguito, s'interruppe.
« Perché sei qui? Non riesci a dormire? » chiese invece.
Shiro si ritrovò a scuotere la testa, quasi a dirle di non preoccuparsi, che tutto era nella norma, ma qualcosa nella sua espressione probabilmente lo tradì.
« Ancora incubi o brutti pensieri? » continuò Pidge posando il portatile che nel frattempo continuava la sua elaborazione dei dati. « Se ti va puoi rimanere qui finché non ti sarai calmato. I codici che scorrono sullo schermo sono incredibilmente rilassanti. »
Shiro si trattenne dal ridacchiare e dal rispondere che a lui quei caratteri azzurri che scorrevano in colonna ed apparentemente senza senso facevano venire il mal di testa. Voleva solo stare con lei,  parlare con lei, ascoltarla spiegargli perché i laser galra erano più densi di quelli alteani, non aveva importanza se non avrebbe capito una parola. La sua vicinanza lo faceva sentire bene, in qualche modo aveva l'impressione di essere più vicino a “casa”. Razionalmente tentava di dare la colpa al fatto che fosse la sorella di Matt e che quindi quella che provava fosse nostalgia, che in lei rivedesse sé stesso, ma sarebbe stato troppo semplice. No, quello che provava non aveva a che fare con altri che con lei: gli piaceva ascoltarla, seguire i suoi ragionamenti contorti eppure così efficaci. Centrava sempre il punto, era incredibile. Era solo una ragazzina eppure sapeva essere più rassicurante di chiunque altro su quella nave.
Assecondando quell'istinto, dunque, si sedette al suo fianco, appoggiando la schiena allo stesso piedistallo.
« Dicevi, Katie? Parlami dei laser galra. In cosa sono diversi? » chiese, sperando che lei non interpretasse quella domanda in senso condiscendente, ma nemmeno intuisse che voleva solo ascoltare la sua voce e i suoi discorsi.
Per tutta risposta Pidge sorrise, non dando segno di notare il cambio di appellativo, forse troppo intenta a pensare al lato tecnico della faccenda.
« Le microparticelle sono più concentrate rispetto a quelle che vengono emesse dai cannoni del castello. » iniziò a spiegare, ticchettando con le dita sulla tastiera per aprire le varie finestre che mostravano i dati raccolti. « Vedi? Qui si nota la percentuale di concentrazione di quelle emesse dalla nave di Zarkon. Qui quella delle navicelle. Questa invece è quella del cannone principale del castello. »
Shiro annuì lasciando scorrere lo sguardo sulle file di numeri e simboli, per poi farlo scivolare sul suo profilo, soffermandosi sugli occhiali in bilico sul naso e un po' storti probabilmente a causa del fervore del discorso. Era carina. Sì, gli costava ammetterlo e lo faceva sentire in colpa come il peggiore dei traditori, ma era davvero carina.
« Questa invece è l'analisi delle armi dei leoni. Questo è il raggio congelante di Blue, vedi? Queste invece sono le fiamme di Red. La percentuale di concentrazione è circa a metà tra i cannoni alteani e quelli galra. Un po' più alta in Red, per essere precisi. »
In effetti forse Pidge aveva ragione, tutti quei codici che scorrevano sullo schermo erano rilassanti. Shiro non si sentiva più come se potesse mancargli l'aria da un momento all'altro e i muscoli erano meno tesi. A poco a poco anche le palpebre si facevano più pesanti, eppure non riusciva a distogliere lo sguardo dalle sue guance leggermente arrossate e dai suoi occhi color del miele resi così strani dal riflesso azzurro della luce artificiale.
« La mia ipotesi è che, essendo i leoni il risultato dell'incrocio di due o più tecnologie, può essere che anche le loro armi siano una sorta di via di mezzo tra queste. Di certo se analizzassi il raggio di Yellow otterrei dei dati analoghi e se mi permettessi di fare analisi anche su Black... »
Shiro sorrise.
« Sei stupenda. » mormorò tra sé.
« Cosa? »
Pidge si voltò verso di lui con espressione per un attimo confusa.
« Nulla, scusa. Dicevo che è stupendo, sono delle ipotesi affascinanti e ovviamente puoi fare tutte le analisi che vuoi. »
« Sì, sarebbe davvero interessante. »
Di nuovo una mano si levò a coprire uno sbadiglio e questa volta anche Shiro la imitò, appoggiando la testa all'indietro e chiudendo gli occhi per un attimo. Erano giorni che non si sentiva così tranquillo.
Quando li riaprì, improvvisamente consapevole di essersi appisolato, l'unica luce presente nella sala comandi proveniva dallo schermo del portatile, abbandonato a terra e fermo sulla schermata di stand by. Al suo fianco, Pidge si era appoggiata alla sua spalla cedendo a sua volta al sonno. Gli occhiali le erano scivolati sul naso e un ciuffo di capelli le ricadeva di lato sulla fronte. La sua espressione era talmente serena e tranquilla che Shiro si ritrovò a pensare che avrebbe fatto di tutto per non vederla turbata da angosce e paure. Avrebbe fatto l'impossibile per rintracciare la sua famiglia e vederla sorridere di una gioia autentica. E chissà, forse, una volta portata a termine quella terribile guerra, avrebbe anche potuto parlarle di quello strano sentimento che si portava dietro ormai da un po'.
Piegando appena la testa, con tutta la delicatezza possibile, si ritrovò a posarle un leggero bacio sui capelli. Avrebbe dovuto portarla a letto, non era bene che dormisse sul pavimento della sala comandi ma, dopotutto, forse potevano concedersi ancora cinque minuti.
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Power of Dreams

"Posso accettare di pentirmi di aver seguito un sogno che non sono riuscito a realizzare, ma non voglio pentirmi di aver rinunciato a inseguirlo."

Takagi "Shujin" Akito

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